A cura di Gabriele Marra
Prima di diventare per sempre Mimmo Recchia, volevo essere Giuseppe Cau.
Perché era l’unico a strapparci a quel benedetto pranzo domenicale che durava sempre troppo a lungo rispetto al mio desiderio di entrare allo stadio con molto anticipo.
Perché così come esisteva la zona Cesarini, all’epoca c’era la zona Cau, quella del gol nei primi minuti di gioco e se qualcuno si attardava a tavola con dolci e noccioline poteva essere ben sicuro che si sarebbe perso il suo gol.
“Mena ca mo segna Cau” era la raccomandazione che noi figli davamo ai nostri padri mangioni.
Volevo essere Cau perché era il simbolo di qualcosa di grande che stava per succedere nella nostra città.
Perché quel giorno di giugno del 1981 non stavo a Brindisi. Ma lui, ignaro di tutto, era con me al Pittula. Dai miei calcoli, poi sviluppati dopo, nel momento in cui faceva gol al Monopoli consegnandoci direttamente ai libri di storia, io feci rete per la prima volta a Tommaso Zenga, ed era stato lui, Peppe Cau in persona, ad elevarmi due metri da terra per insaccare di testa al più forte portiere di Casarano.
Volevo essere Cau perché nel mio immaginario di bambino di nove anni, aveva tutti i poteri del mondo, anche quello di liberare Filanto dalla prigionia e infatti poco dopo riuscì anche in quello; non furono mica i rapitori a dargli la libertà ma lui coi suoi baffoni da Hercule Poirot aveva trovato il posto e liberato Mesciu Ucciu.
E oggi ancora voglio essere Cau. E restarlo per sempre.
Se questo significherà rimanere all’ombra della gloria, lontano dagli inviti nelle tribune vip, scomparso dalle luci della ribalta, dignitosamente isolato da un mondo troppo brandizzato di marchi e di mode, nobile nel portamento anche in un letto di ospedale, ma sempre presente nel cuore di noi che lo amiamo e che continueremo a volergli bene fino agli estremi confini del tempo e della memoria.

