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Home » Dietro la porta – La guerra di Piero
Dietro la Porta

Dietro la porta – La guerra di Piero

Redazione SupportersBy Redazione SupportersOttobre 22, 2026Nessun commento6 Mins Read
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Ci incontriamo per caso un sabato sera, fuori da una birreria, per il compleanno di un’amica comune. Saluta tutti e ci spiega di dover andare via, perché l’indomani c’è Bisceglie-Taurisano. “Ma Piero, sono appena le otto e mezzo!” gli dice qualcuno.

“Sì, lo so; resteranno qui mia moglie e mia figlia, ma io devo rientrare a casa; ho imposto un codice alla mia squadra e il giorno prima della partita si rientra a casa presto, lontani dalle distrazioni; se sono io il primo a disattenderlo, non sono più credibile agli occhi dei miei calciatori e dei miei tifosi. Guarda qui (mi mostra una foto conoscendo la mia passione per quei colori) questi sono i tifosi del Asd Taurisano 1939; mi ricordano molto i tifosi di un’altra squadra granata, per la quale tu fai il tifo mi pare…e io ci ho giocato tanti anni”.

Come al solito mi vengono i brividi nel vedere lo striscione Ultras colorato di granata. Gli chiedo di raccontarmi un po’ della sua esperienza al Torino Football Club, più di trent’anni fa.

“Allora ti faccio vedere un’altra foto, è dei primi anni Novanta, sono nelle giovanili del Torino. Vedi che ho la faccia un po’ imbronciata? Mi avevano appena tolto la fascia di capitano, perché la domenica prima avevo fatto un errore che ci era costata la vittoria contro l’Inter. Quell’anno perdemmo un derby con la Juve; non ci capitava mai di perdere un derby nelle giovanili. A fine partita entrò un dirigente nello spogliatoio e ci spiegò che saremmo stati in ritiro per quindici giorni. Non si poteva perdere con la Juve nelle giovanili, poteva accadere con la prima squadra (lo interrompo solo per dirgli che in quegli anni ne perdevamo pochi) ma coi giovani era un’onta troppo grande. Il Torino mi ha plasmato come giocatore e come uomo. Non si può capire cosa sia il Toro se non vivi in quella città; la gente vive a pane e Toro. E se entri in sintonia con loro poi ti portano nel cuore per sempre. Ed è una cosa reciproca, perché anche a me, pur non essendo tifoso granata, quella maglia mi è rimasta dentro il sangue”.

“Se poi mi chiedi cosa sia per me il Casarano, la mia risposta è semplice! È come dice la canzone della curva nord: Casarano sei tutto per me. Quando tirai i primi calci, sulla mia maglia c’era scritto Calzaturifici Filanto; mi sentivo di appartenere a una casta privilegiata; vestire la maglia rossoazzurra era l’obbiettivo di tanti bambini come me, che avevano trovato il coraggio di lasciare la propria casa e i propri affetti, per sperimentare la sensazione non di giocare col Casarano, ma proprio di appartenere a questa città. Non saprei spiegartelo meglio, è un po’ la stessa impressione che poi avrei provato nel Torino: tu non eri solo un calciatore, ma appartenevi a una famiglia che non ti avrebbe mai lasciato solo; quella è l’essenza dell’appartenenza e non si tratta più di solo calcio ma è qualcosa che trascende il pallone per entrare nella sfera degli affetti più puri che si possano provare. L’apice naturalmente fu lo storico scudetto con la Berretti e il debutto in prima squadra”

Non mi parla della sua mega carriera nel calcio professionistico, delle sue sessanta presenze in serie B, delle squadre ambiziose di serie C che se lo contendevano. Vuole raccontarmi solo del Casarano e del Torino. Per una pura coincidenza di un destino benevolo sono le cose che vuole ascoltare chi ora scrive. Di meglio non potevo chiedere. Poi, non so come, il discorso scivola sulla odierna società civile, sfiora la politica italiana, si intrattiene su quella estera, cade sulla crisi mediorientale, inciampa su una feroce critica al pensiero comune che diventa legge e sul politicamente corretto che diventa dogma. Concordiamo su tutto. Non mi capita spesso di essere d’accordo col pensiero di chi accetta i luoghi comuni; anche per quello preferisco la lettura alla chiacchera. Di Piero mi colpisce l’enorme conoscenza del mondo reale, la cultura della concretezza più che dell’ideologia, il rigore del suo pensiero, il rifiuto di accettare la dottrina comune. È come se avesse dichiarato guerra al mondo, ma non con le armi della violenza, dell’opportunismo e del pensiero dominante; piuttosto contro il “perbenismo interessato”, attingendo alla purezza del suo cuore, plasmatosi tra le mura fortificate di due genitori onesti, irrobustito da una formazione giovanile in due squadre gloriose e oggi sostenuto da una famiglia che gli vuole bene e lo accompagna nella sua personale sfida alla banalità mascherata di buon senso.

Nel frattempo, si son fatte le nove e mezzo e si accorge di essere completamente fuori orario. Dà un bacio a moglie e figlia, saluta a uno a uno tutti i presenti; mi riserva una stretta di mano vigorosa, quella delle persone vere, che non hanno timore di fare male né coi gesti né con le parole. Figurarsi coi pensieri…

Ci ritroviamo qualche giorno dopo, una domenica mattina, alla fiera del Crocifisso; poche ore prima ha sconfitto la capolista, ma la sua mente è già proiettata alla partita successiva. “Sì, sono contento per me, per miei ragazzi e per la gente di Taurisano, ma non abbiamo fatto ancora niente; sono felice che abbiano segnato due ragazzi di Casarano; ho sempre creduto nei giovani del Casarano Calcio, quelli bravi con me giocano sempre”.

Si dice che la bravura di un uomo si misuri dal sorriso di sua figlia quando sta con lui. La ragazza starà elaborando le parole del padre, la osservo con la coda dell’occhio; mi accorgo che sorride e mi giro a ricambiarle il sorriso. È felice di stare lì e non lo nasconde. Li saluto. Mi volto un’altra volta a guardarli ma sono concentrati su una bancarella. Sono due persone normali ma a me in quel momento sembrano degli alieni; una bambina felice di stare accanto al suo papà. E un ragazzone che ha dichiarato guerra al conformismo e alle brutture, alla ricerca del migliore dei mondi possibili. E anche se non sarà tale, almeno lui potrà dire di averlo cercato.

Dietro la Porta Piero Sportillo
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