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Nel tuo stadio c’è tanta felicità…

Il pensiero di Marco Schiavano, tifoso rossazzurro, sul momento del Casarano e lo storico anno del ritorno in Serie C.
Redazione SupportersBy Redazione SupportersDicembre 11, 2025Nessun commento7 Mins Read
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✍️ A cura di Marco Schiavano

Spesso ho considerato questo coro della Nord assolutamente fuori luogo e quasi paradossale, visti i sentimenti diffusi sugli spalti del Capozza, in cui dominava la cupezza e il pessimismo.

Nei miei ricordi il colore del cielo allo stadio era sempre grigio, come le stagioni che ci portarono rapidamente dalla terza serie nazionale all’anonimato assoluto, sempre in precario equilibrio sul bordo del fallimento, della non iscrizione. Insomma, dell’abisso.

C’era sicuramente qualcosa di romantico in quelle domeniche crepuscolari, in cui poche centinaia di persone continuavano a prendere parte ad un rito collettivo ormai andato in disuso, in completa decadenza.

L’epica che regalavano le battaglie combattute da calciatori spesso senza stipendio, in continua emergenza, hanno forgiato il mio immaginario e parte della mia identità, del mio senso di appartenenza ad una minoranza, orgogliosa di distinguersi da chi anestetizzava le sue domeniche con il calcio di plastica delle pay tv.

Quelle sensazioni di inevitabile sofferenza, nostalgia per epoche mai vissute o appena sfiorate, contestazione a oltranza a volte anche verso se stessi rappresentavano l’essenza del mio rapporto con il Casarano Calcio. Forse fu questo il motivo, più che il trasferimento a Roma, per cui non mi sentii mai veramente partecipe delle sorti rossazzurre durante la Presidenza De Masi.

Quel Casarano un po’ esibizionista e spaccone non lo riconoscevo più, non mi rappresentava. L’entusiasmo a buon mercato generato da un’operazione di grande pomposità e proclami sensazionalistici mi sembrava più una grande operazione di marketing interessato che la riscoperta di un’identità collettiva.

Il cambio di rotta

Di ben altra natura si preannunciava invece il ritorno dell’erede di Mesciu Ucciu alla guida del Casarano, finalmente ritornato calcio. La suggestione di riprendere il filo interrotto negli anni 90 era di gran lunga più affascinante. Si poteva, forse, ricucire una ferita che non aveva mai smesso di sanguinare, nonostante i tanti cerotti che con tanta buona volontà erano stati generosamente apposti nel tempo.

L’operazione si rivelava tuttavia meno semplice del previsto e, anche dopo il ritorno di Filograna da presidente, la sensazione era di essere tornati sí agli anni 90, ma a quelli dell’ultima fase targata Filanto, in cui la contestazione era sempre dietro l’angolo e già le prime nuvole cominciavano ad addensarsi sul Capozza.

Il copione sembrava destinato a ripetersi e la tristezza regnava sovrana in campo e sugli spalti. Ci sentivamo vittime di una maledizione e nessuno aveva il coraggio nemmeno di nominare quello che sembrava destinato a non succedere più. Almeno, fino all’avvento di Vito Di Bari, l’ultima scommessa, l’all-in di Filograna per la serie C.

L’arrivo dell’alieno, Vito Di Bari

Accolto da un misto di stupore e diffidenza, mister Di Bari ha scardinato il nostro scetticismo e frantumato la nostra scaramanzia, facendo sembrare semplicissimo quello che fino a poco prima sembrava impossibile. Finalmente quel coro era tornato ad avere un significato vero, percepibile, immediato: al Capozza era tornata la gioia.

Non potrò mai dimenticare l’esatto istante in cui quella gioia l’ho percepita anch’io dal vivo, in prima persona, dopo quasi un intero campionato vissuto dietro ad uno schermo.

Domenica 4 maggio 2025, Casarano – Ischia. Ho affrontato un viaggio intercontinentale per esserci ma ritengo la mia presenza solo una magra consolazione, avendo saltato la partita decisiva con l’Andria, quella in cui l’impossibile si era materializzato.

Arrivo in curva con buon anticipo, i gradini pian piano si riempiono in vista della grande coreografia. Aleggia una strana sensazione di sospensione e incredulità, si fatica ancora a realizzare quello che era successo.

Prende il megafono Lele Ungherese ed esclama “Sorridete vagnoni, siamo in serie C!”. Un brivido ci pervade, una sensazione di leggerezza ci attraversa, la tensione si scioglie: ha inizio la festa. È tutto vero, siamo in serie C.

É tutto vero, siamo in Serie C

Parte quel coro e sembra sia stato creato apposta per l’occasione, il Capozza è un posto felice come non l’avevo mai visto. È solo l’inizio di una giornata memorabile, la felicità travalica i confini dello stadio e si espande in tutta la città.

Realizzo che è la prima volta in vita mia in cui a Casarano percepisco un sentimento collettivo di euforia, di gioia di essere lì esattamente in quel momento, in quell’istante, con quelle persone. È tutto, semplicemente, perfetto.

Mi sembra di poter vivere quei momenti che mi avevano solo raccontato: l’epopea degli anni 80, in cui i calciatori vivevano a Casarano e diventavano un tutt’uno con la vita cittadina. Scenari che mi erano sempre sembrati irripetibili, vista l’evoluzione del calcio e del tifo organizzato in tempi recenti.

L’artefice principale era lui, mister Vito Di Bari, il nuovo Angelo Carrano, a cui più di qualcuno aveva promesso di dedicare una statua in piazza in caso di promozione.

Arrivato al Capozza come un alieno, aveva rotto l’incantesimo e portato uno stile nuovo, moderno non solo nel gioco ma anche nella comunicazione. Paradossalmente, era stata necessaria una rivoluzione verso il futuro per ritornare al passato.

Verso il futuro, per ritornare al passato

Segue un’estate di attesa e trepidazione, colma di aspettative ma anche di paura: saremo in grado di confrontarci con la nuova serie C? Sono trascorsi quasi trent’anni ed è cambiato tutto, nessuno o quasi si ricorda più di noi.

La stagione inizia con una voglia matta di esserci e lottare insieme contro gli squadroni, consapevoli che il nuovo scenario è maledettamente complicato e il palcoscenico ancora più importante di quando lo avevamo lasciato.

Si percepisce una grande umiltà e maturità di tutto l’ambiente, che è ansioso di dimostrare di poter stare lì, di averne diritto, nonostante i suoi pochi abitanti e un lunghissimo passato prossimo di dilettantismo più o meno anonimo.

Lo fa spingendo la squadra e il suo mister con un entusiasmo straripante e una compattezza granitica, mossi dalla convinzione che l’apporto di ogni singolo tifoso può risultare decisivo per spostare gli equilibri di una partita e che ogni vittoria va celebrata come un’impresa.

Al Capozza è una festa continua, la gioia esplode e le grandi iniziano a capitolare, come negli anni 80. Quel coro è più vivo che mai.

La vera novità è che anche le sconfitte non lasciano strascichi, siamo una squadra giovane e inesperta, pur con qualche validissimo elemento di esperienza. Se qualcosa di ancora più straordinario dovesse arrivare siamo pronti a prendercelo, ma la priorità è difendere quello che abbiamo, che è già un’enormità.

La Curva è meravigliosa e sul Capozza splende il sole, anche quando il cielo è grigio. Siamo tutti con i ragazzi e con il mister, la festa continuerà anche se la salvezza dovesse arrivare all’ultima giornata. “Sorridete vagnoni, siamo in serie C!”.

E poi cos’è successo? La festa appena cominciata è già finita? E perché mai? Siamo sesti in serie C, in zona play off. Quei play off che, storicamente, non abbiamo mai disputato. E se siamo lì, il merito principale, ancora una volta, è dell’alieno, mister Di Bari.

Qualcuno inizia a seminare pessimismo, a chiedere l’avvicendamento con un fantomatico e noiosissimo allenatore di categoria. Un qualcuno che non conosce la parola riconoscenza né è in grado di apprezzare le cose belle quando ci sono, ha bisogno di ricordarle con nostalgia quando svaniscono.

Quel qualcuno non sono io.

“Sorridete vagnoni, siamo in serie C!”

(Sempre con te, Mr. Vito Di Bari)

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